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Mai pił soli in ospedale
Articolo del 05/06/2008; in collaborazione con Prof. Mario Silvetti

Da L’Unione Sarda del 09/12/06
 
Meglio coi familiari
Mai più soli in ospedale
 
Una nonna che ha tenuto compagnia per quattro giorni in ospedale a un nipotino malato, le ha scritto qualche mese fa (il 13 giugno) che è stato un ricovero sereno, quasi piacevole, a paragone di tanti altri suoi brutti ricordi di mezzo secolo. Nella sua risposta, lei affermava che «il personale sanitario progressivamente ha capito che il suo compito non è solo quello di elargire al paziente una corretta diagnosi e una buona terapia, ma quello, di prendersi cura, nel suo complesso, della persona malata, sostenendola e accompagnandola in tutte le fasi della sua esperienza in ospedale». Ho avuto modo anch’ io, di constatare la verità di quanto lei afferma. Le scrivo ora, dopo aver assistito mercoledì 22 novembre al programma tv L'infedele di Gad Lerner, cui partecipavano alcuni medici, tra cui il senatore Ignazio Marino. Quest'ultimo ha detto che negli ospedali dovrebbero essere abolite le attuali barriere per i parenti, mentre il dottor Luzzato ha dichiarato addirittura che dovrebbe essere possibile far visita, a qualunque ora del giorno e della notte, e dovunque, ai ricoverati che hanno malattie serie. Se questo è vero, perché esistono tanti limiti alla presenza accanto al paziente, bambino o adulto, di un familiare che lo aiuti materialmente e psicologicamente a superare la malattia?
LETTERA FIRMATA
 
Sono d'accordo sull'importanza di un familiare che aiuti la persona ricoverata in ospedale e collabori col personale sanitario nella fondamentale attività diagnostica e terapeutica finalizzata al superamento della fase acuta della malattia e alla riabilitazione più rapida e completa possibile. Credo anzi che l'accordo sia unanime. Tanto che il problema non esiste, da decenni, nelle case di cura private. Per quel che riguarda il bambino malato, la presenza della madre e così necessaria da averla resa possibile, o addirittura sollecitata, sin da trenta anni fa. Ora non sarebbe pensabile un reparto che ospiti piccoli pazienti soli. Naturalmente per l'adulto ricoverato la presenza accanto di un familiare che lo sostenga non e sempre altrettanto necessaria e pone problemi di varia natura, che vanno attentamente studiati e risolti. Sono tuttavia convinto che l'ospedale debba essere più aperto perché il paziente non si senta segregato, ma ancora inserito nella famiglia e nella società. Perché ciò avvenga deve essere portato avanti un processo di umanizzazione dell'ospedale basato su una mentalità nuova che preveda un profondo cambiamento del rapporto medico-paziente.
MARIO SILVETTI
 


 
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